Messina Denaro, i due Pm della cattura: “Terra bruciata attorno a boss”

Si sono occupati di mafia per tutta la vita i due magistrati che hanno arrestato, dopo 30 anni di ricerche, il boss latitante Matteo Messina Denaro. Campano, 61 anni, Maurizio de Lucia, da settembre alla guida della Procura di Palermo, con l’arresto del padrino trapanese ha messo a segno un risultato che i suoi predecessori hanno inseguito a lungo. Calabrese, 55 anni, procuratore aggiunto dal 2017 con delega su tutte le indagini di mafia del distretto, Paolo Guido ha coordinato le ricerche del capomafia negli ultimi 6 anni. La sua politica è stata far terra bruciata attorno all’ultima Primula Rossa di Cosa nostra, la stessa tattica usata per la cattura del corleonese Bernardo Provenzano e che si basa sulla considerazione che una latitanza tanto lunga si regge solo grazie alla rete dei favoreggiatori. Dunque per arrivare al latitante si deve scardinare quella rete. Una strategia vincente che ha portato all’arresto, uno a uno, di tutti i fedelissimi del capomafia compresi sorelle, come Patrizia, cognati, fratelli e decine di fiancheggiatori. In magistratura dal 1990, primo incarico in Procura a Palermo nel 1991, dal 1995 le prime applicazioni alla direzione distrettuale antimafia diretta da Giancarlo Caselli, de Lucia, entra formalmente in Dda nel 1998, ma ha già alle spalle anni di inchieste sulle cosche palermitane e, soprattutto, la gestione di collaboratori di giustizia di peso come Salvatore Cucuzza e Angelo Siino.

Sono gli anni delle grandi indagini sugli appalti inquinati e sul cosiddetto “tavolino” attorno al quale, a spartirsi la torta miliardaria dei lavori pubblici, sedevano mafiosi, imprenditori e politici. De Lucia accumula una conoscenza ampia del fenomeno mafioso, degli uomini e delle regole di Cosa nostra. Coordina le grandi inchieste sulle cosche, azzerate da centinaia di arresti e il capitolo scottante dei delitti eccellenti (Dalla Chiesa, La Torre) e dei legami tra mafia e politica. E grazie a una microspia piazzata in casa del boss palermitano Giuseppe Guttadauro apre il sipario su una indagine che porterà alla scoperta di talpe istituzionali in Procura e alla incriminazione per favoreggiamento dell’ex governatore siciliano Salvatore Cuffaro. Nel 2009 entra in Direzione Nazionale Antimafia e nel 2017 va a dirigere la Procura di Messina, allora il più giovane magistrato italiano ai vertici di una Dda. Paolo Guido, laurea a Roma, entra in magistratura nel 1995. E viene assegnato alla Procura di Palermo: dai reati contro la pubblica amministrazione passa alle grandi indagini di mafia. Suoi i fascicoli d’inchiesta più scottanti degli ultimi anni: quello dell’omicidio del bandito Giuliano, l’indagine per concorso esterno, poi archiviata, sull’ex presidente del Senato Renato Schifani, fino alla cosiddetta trattativa Stato-mafia. Una inchiesta complessa conclusa con la decisione di Guido di non firmare la richiesta di conclusione dell’indagine perché in disaccordo su punti essenziali dell’impianto accusatorio messo su dai colleghi. Dubbi quelli di Guido che coincideranno poi con le motivazioni con cui la corte d’assise d’appello scardinò la ricostruzione della Procura. Procuratore aggiunto dal 2017 Guido si è occupato in particolare deli territori di Agrigento e Trapani vicini geograficamente e storicamente legati per alleanze mafiose. Centinaia gli arresti, decine i sequestri e le confische disposti a carico dei prestanomi del boss di Castelvetrano. Che dopo anni hanno dato i loro frutti. (ANSA)